giovedì 29 ottobre 2009

giovedì 9 luglio 2009

San Giovanni Maria Vianney Sacerdote

Giovanni Maria Vianney nacque l'8 maggio 1786 a Dardilly, Lione, in Francia. Di famiglia contadina e privo della prima formazione, riuscì, nell'agosto 1815, ad essere ordinato sacerdote.

Per farlo sacerdote, ci volle tutta la tenacia dell'abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione: lo avviò al seminario, lo riaccolse quando venne sospeso dagli studi. Giovanni Maria Vianney, appena prete, tornò a Ecully come vicario dell'abbé Balley. Alla morte di Balley, fu mandato ad Ars-en-Dombes, un borgo con meno di trecento abitanti. Giovanni Maria Vianney, noto come il curato d'Ars, si dedicò all'evangelizzazione, attraverso l'esempio della sua bontà e carità. Ma fu sempre tormentato dal pensiero di non essere degno del suo compito.

Trascorreva le giornate dedicandosi a celebrare la Messa e a confessare, senza risparmiarsi. Morì nel 1859. Papa Pio XI lo proclamerà santo nel 1925. Verrà indicato modello e patrono del clero parrocchiale. (Avvenire)

Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico

Martirologio Romano: Memoria di san Giovanni Maria Vianney, sacerdote, che per oltre quarant’anni guidò in modo mirabile la parrocchia a lui affidata nel villaggio di Ars vicino a Belley in Francia, con l’assidua predicazione, la preghiera e una vita di penitenza.

Contro la sua volontà di farsi prete sembra congiurare l’universo intero: la famiglia povera, il padre ostile, la Rivoluzione che scristianizza la Francia; poi Napoleone lo chiama soldato e lui diserta per non dover servire l’uomo che ha imprigionato papa Pio VII (lo salva il fratello François, arruolandosi al posto suo). Diventa infine prete a 29 anni nell’agosto 1815, mentre gli inglesi portano Napoleone prigioniero a Sant’Elena. Ma i suoi studi sono stati un disastro, e non solo per la Rivoluzione: è lui che non ce la fa col latino, non sa argomentare né predicare... Per farlo sacerdote c’è voluta la tenacia dell’abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione: gli ha fatto scuola in canonica, l’ha avviato al seminario, lo ha riaccolto quando è stato sospeso dagli studi. Dopo un altro periodo di preparazione, l’ha poi fatto ordinare sacerdote a Grenoble. E Giovanni Maria Vianney, appena prete, torna a Ecully come vicario dell’abbé Balley, che però muore nel 1817. Allora lo mandano vicino a Bourg-en-Bresse, ad Ars, un borgo con meno di trecento abitanti, che diventerà parrocchia soltanto nel 1821. Poca gente, frastornata da 25 anni di sconquassi. E tra questa gente lui, con un suo rigorismo male accetto, con la sua impreparazione, tormentato dal sentirsi incapace. Aria di fallimento, angoscia, voglia di andarsene... Ma dopo alcuni anni ad Ars viene gente da ogni parte. Quasi dei pellegrinaggi. Vengono per lui, conosciuto in altre parrocchie dove va ad aiutare o a supplire parroci, specie nelle confessioni. Le confessioni: ecco perché vengono. Questo curato deriso da altri preti, e anche denunciato al vescovo per le “stranezze” e i “disordini”, è costretto a stare in confessionale sempre più a lungo. E ormai ascolta anche il professionista di città, il funzionario, la gente autorevole, chiamata ad Ars dai suoi straordinari talenti nell’orientare e confortare, attirata dalle ragioni che sa offrire alla speranza, dai mutamenti che il suo parlare tutto minuscolo sa innescare. E qui potremmo parlare di successo, di rivincita del curato d’Ars, e di una sua trionfale realizzazione. Invece continua a credersi indegno e incapace, tenta due volte la fuga e poi deve tornare ad Ars, perché lo aspettano in chiesa, venuti anche da lontano. Sempre la messa, sempre le confessioni, fino alla caldissima estate 1859, quando non può più andare nella chiesa piena di gente perché sta morendo. Paga il medico dicendogli di non venire più: ormai le cure sono inutili. Annunciata la sua morte, "treni e vetture private non bastano più", scrive un testimone. Dopo le esequie il suo corpo rimane ancora esposto in chiesa per dieci giorni e dieci notti. Papa Pio XI lo proclamerà santo nel 1925.
Autore: Domenico Agasso

LAVORARE PER IL CIELO


Molti sono i cristiani, figli miei, che non sanno assolutamente perché sono al mondo… “Mio Dio, perché mi hai messo al mondo?”. “Per salvarti”. “E perché vuoi salvarmi?”. “Perché ti amo”.
Com’è bello conoscere, amare e servire Dio! Non abbiamo nient’altro da fare in questa vita. Tutto ciò che facciamo al di fuori di questo, è tempo perso. Bisogna agire soltanto per Dio, mettere le nostre opere nelle sue mani… Svegliandosi al mattino bisogna dire: “Oggi voglio lavorare per te, mio Dio! Accetterò tutto quello che vorrai inviarmi in quanto tuo dono. Offro me stesso in sacrificio. Tuttavia, mio Dio, io non posso nulla senza di te: aiutami!”.
Oh! Come rimpiangeremo, in punto di morte, tutto il tempo che avremo dedicato ai piaceri, alle conversazioni inutili, al riposo anziché dedicarlo alla mortificazione, alla preghiera, alle buone opere, a pensare alla nostra miseria, a piangere sui nostri peccati! Allora ci renderemo conto di non aver fatto nulla per il cielo.
Che triste, figli miei! La maggior parte dei cristiani non fa altro che lavorare per soddisfare questo “cadavere” che presto marcirà sotto terra, senza alcun riguardo per la povera anima, che è destinata ad essere felice o infelice per l’eternità. La loro mancanza di spirito e di buon senso fa accapponare la pelle!
Vedete, figli miei, non bisogna dimenticare che abbiamo un’anima da salvare ed un’eternità che ci aspetta. Il mondo, le ricchezze, i piaceri, gli onori passeranno; il cielo e l’inferno non passeranno mai. Stiamo quindi attenti!
I santi non hanno cominciato tutti bene, ma hanno finito tutti bene. Noi abbiamo cominciato male: finiamo bene, e potremo un giorno congiungerci a loro in cielo.

sabato 4 luglio 2009

Card. Clàudio Hummes


Cari Sacerdoti,
Un avvenimento straordinario, segnato dal soffio dello Spirito Santo, colmo di speranza, di gioia e di carità pastorale, è stata l’Apertura dell’Anno Sacerdotale, con il Santo Padre, Benedetto XVI, nella Basilica di San Pietro, in Vaticano, durante la celebrazione dei Secondi Vespri della Solennità del Sacro Cuore di Gesù, il 19 giugno scorso. La Basilica era piena. Vi hanno partecipato 32 cardinali, molti vescovi, prelati, ma soprattutto una grandissima folla di sacerdoti, tanti religiosi, religiose e fedeli. Il clima era di intensa devozione, di pietà e di ascolto del Signore. Alla fine dei Vespri, c’è stata la benedizione eucaristica, preceduta di un espressivo momento di adorazione silenziosa. Davvero, un silenzio assoluto e orante si è diffuso, allora, su tutta quella moltitudine inginocchiata: non ci si poteva non commuovere profondamente e sentire la presenza incoraggiante di Gesù Cristo, il Buon Pastore, che conferma i suoi sacerdoti e tutta la Chiesa.

Subito prima dei Vespri, in processione è stata portata in Basilica la reliquia del cuore di San Giovanni Maria Vianney, portata da Ars. Il Santo Padre, al suo ingresso per iniziare la cerimonia, si è fermato presso la reliquia, rivolgendo una significativa preghiera al Santo Curato, in favore dei sacerdoti.

Nell’omelia dei Vespri, il Papa ha parlato del nesso forte tra il Sacro Cuore di Gesù, i sacerdoti e il Santo Curato d’Ars, indicandolo “modello e protettore di tutti noi sacerdoti, e in particolare dei parroci”. Si vedeva che il Papa era lieto e aveva il volto illuminato. Tutti i suoi atteggiamenti erano tanto accoglienti verso l’assemblea, ma allo stesso tempo traspiravano un profondo centramento nel grande mistero di Dio. Commentando un brano del profeta Osea, disse: “Il cuore di Dio freme di compassione! Nell’odierna solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, la Chiesa offre alla nostra contemplazione questo mistero, il mistero del cuore di un Dio che si commuove e riversa tutto il suo amore sull’umanità”. Similmente, il cuore di ogni sacerdote deve essere un cuore che si commuove davanti alle ferite e alle sofferenze spirituali, morali e corporali degli esseri umani e di ogni singolo uomo o donna, e, perciò, un cuore che riversa tutto il suo amore sull’umanità, ad esempio del Buon Pastore, Gesù. Il Santo Curato d’Ars, nella sua vita sacerdotale, era spinto da questa commozione e da questo amore. Aggiunse il Papa: “Il Cuore divino chiama allora il nostro cuore; ci invita a uscire da noi stessi, ad abbandonare le nostre sicurezze umane per fidarci di Lui e, seguendo il suo esempio, a fare di noi stessi un dono di amore senza riserve”. Così, il Papa spinge, noi sacerdoti, a non dubitare e ad essere forti nel donarci “senza riserve”, nel seguire Gesù come discepoli molto vicini a Lui, fiduciosi, pronti a seguirlo ovunque ci conduca, desiderosi di essere simili al loro Signore. In questo “senza riserve”, si situa anche la vita celibe. Al riguardo, il Papa ha detto: “Se è vero che l’invito di Gesù a ‘rimanere nel suo amore’ (cfr.Gv 15,9) è per ogni battezzato, nella festa del Sacro Cuore di Gesù, Giornata di santificazione sacerdotale, tale invito risuona con maggiore forza per noi sacerdoti, in particolare questa sera, solenne inizio dell’Anno Sacerdotale, da me voluto in occasione del 150º anniversario della morte del Santo Curato d’Ars”.

Non poteva il Santo Padre non riferirsi alla triste vicenda dei sacerdoti non fedeli e alcuni, perfino, coinvolti in delitti molto gravi. Ha affermato: “Come dimenticare, in proposito, che nulla fa soffrire tanto la Chiesa, Corpo di Cristo, quanto i peccati dei suoi pastori, soprattutto di quelli che si tramutano in ‘ladri delle pecore’ (Gv 1°,1ss), o perché le deviano con le loro private dottrine, o perché le stringono con lacci di peccato e di morte? Anche per noi, cari sacerdoti, vale il richiamo alla conversione e al ricorso alla Divina Misericordia, e ugualmente dobbiamo rivolgere con umiltà l’accorata e incessante domanda al Cuore di Gesù perché ci preservi dal terribile rischio di danneggiare coloro che siamo tenuti a salvare”.

Nella conclusione dell’omelia, il Papa ci spinge sulla strada della santità: “La Chiesa ha bisogno di sacerdoti santi; di ministri che aiutino i fedeli a sperimentare l’amore misericordioso del Signore e ne siano convinti testimoni”, e ancora una volta, torna a parlare al nostro cuore sacerdotale, con grande amore, della commozione, di cui freme il cuore di Dio, che ci ama e vuol salvarci, una commozione che deve riempire anche il cuore di ogni sacerdote: “Coltiviamo, cari fratelli, questa commozione”; “chiediamo al Signore che infiammi il cuore di ogni presbitero di quella ‘carità pastorale’ capace di assimilare il suo personale ‘io’ a quello di Gesù Sacerdote, così da poterlo imitare nella più completa auto-donazione”.

Cari fratelli Sacerdoti, accogliamo con gioia e con determinazione quest’Anno Sacerdotale e ringraziamo il Signore, che ci offre questo tempo speciale di grazia. A tutti voi, i miei personali auguri e che Dio vi benedica molto e sempre! In quest’Anno speciale, mi propongo di scrivervi ogni mese, come oggi ho fatto. Grazie!

Cardinale Cláudio Hummes
Arcivescovo Emerito di São Paulo
Prefetto della Congregazione per il Clero